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Resilienza, stress e burnout nei soccorritori e nei sanitari in situazioni di emergenza sanitaria

Lug 08 2022
Tatiana Basilio
Diamo il benvenuto alla professoressa Monia Vagni, nuovo componente del Comitato Scientifico del centro studi Laran.

Psicologa, Psicoterapeuta e Criminologa, la prof. Vagni svolge la sua attività sia in ambito clinico che forense, occupandosi in modo particolare della testimonianza delle vittime di violenza fisica e/o sessuale e degli autori di reati di violenza sia sotto il profilo della loro imputabilità che del loro trattamento come riduzione del loro rischio di recidiva.

L’articolo che segue è un’analisi dettagliata di un fenomeno altamente diffuso e preoccupante che riguarda lo stress in cui operano i soccorritori e i sanitari in situazioni di emergenza.

La prof. Monia Vagni.
La prof. Monia Vagni.

Il confronto con eventi stressanti, come è stato registrato in questi due anni di pandemia COVID -19, rappresenta una minaccia per la salute psicologica e il benessere non solo della popolazione in generale, ma rappresenta un onere ancora maggiore per gli operatori sanitari e del soccorso (vigili del fuoco, protezione civile, organi di polizia, 118, etc) che devono far fronte in prima linea all’emergenza in termini di tempestività, protezione degli altri ed efficacia dei loro interventi.

Le situazioni di emergenza, sia quelle generali che sanitarie, vedono in prima l’intervento dei soccorritori sanitari, civili e militari su vari fronti e con un impegno protratto per lunghi periodi con turni talvolta estenuanti. Nel caso della pandemia Covid-19, l’impegno del personale di soccorso e sanitario è stato continuativo ed emblematiche rimangono ancora oggi alcune immagini e il numero impressionante delle vittime. Diversi studi hanno evidenziato come soprattutto infermieri e medici, nei periodi di diffusione apicale del virus, abbiano sviluppato importanti livelli di stress per il senso di impotenza e di angoscia che sperimentavano nella cura dei pazienti Covid-19 che, per esigenza di protezione, si trovavano ricoverati in condizione di isolamento e distacco dai propri familiari (Huang  et al., 2020; Vagni et al., 2020; 2021; 2022).

Il personale sanitario e di soccorso, qualunque preparazione ed esperienza abbia, quando è coinvolto con intensità e continuità in situazioni di dolore, perdita, distruzione e morte ha delle profonde reazioni emotive, e può andare incontro al rischio di sviluppare varie forme di malessere psicologico, fino a raggiungere a manifestazioni di rilievo clinico o psicopatologico, come ad esempio marcata ansia, depressione, abuso di sostanze alcoliche, risposte post traumatiche, etc. (Cuzzolaro e Frighi, 1998).

A fronte di numerosi studi che hanno rilevato e misurate le conseguenze psicologiche delle vittime e della popolazione rispetto a varie emergenze, ivi compresa quella da Covid-19, in numero notevolmente inferiore, invece, hanno evidenziato le conseguenze immediate e a lungo termine sviluppate dagli operatori chiamati in prima linea a fronteggiare e gestire la pandemia (Yan et al., 2021; Vagni et al., 2020; 2021; 2022).

Popolazione generale e personale sanitario e del soccorso sono esposti a fattori di stress e di rischio diversi per natura e intensità.

Occorre, pertanto, in primo luogo provare a definire che cosa si possa intendere con il termine stress, che oggi appartiene al linguaggio di senso comune tanto da diventare, in talune circostanze, inflazionato, ma al tempo stesso confuso con altre situazioni.
Lo stress è uno stato di tensione fisica e/o psicologica causato da agenti stressanti (stressors) in grado di produrre un’alterazione dell’omeostasi individuale. Lo stress è una componente inevitabile e addirittura funzionale nella vita di ciascuno. Tuttavia, quando eccede la capacità del soggetto di farvi fronte, diventa traumatico e può compromettere, a breve o a lungo termine, la salute dell’individuo. Lo stress può essere definito come una complessa reazione di risposta di tutto l’organismo (psico-fisico-emotivo) nel processo di adattamento a situazioni, avvenimenti, eventi vissuti come traumatici o critici (Lingiardi, Gazzillo, 2014).

La reazione soggettiva a un determinato stressor può essere adattiva o disadattiva. Nel primo caso avremo nelle persone una funzionale attivazione delle risorse interne per fronteggiare l’evento, mentre nel secondo caso, avremo il distress, ovvero una condizione in cui nonostante gli sforzi attivi per cercare di gestire e fronteggiare gli eventi le persone sperimentano senso di impotenza poiché la portata degli agenti di stress sono percepiti come superiori alle proprie capacità. È in questo caso che si possono registrare reazioni emotive, fisiche e comportamentali disadattive e rivelatrici di un malessere.

Va specificato che il medesimo stressor non determina necessariamente le stesse conseguenze su tutti gli individui, e ciò dipende dalle caratteristiche individuali. Lo stress assume caratteristiche di pregnanza e pervasività nelle risposte fisiche, emotive e comportamentali quando l’evento assume valenza di traumaticità, e/o imprevedibilità determinando la percezione di una mancata capacità di controllo e di gestione dell’evento stesso. È ciò che alcuni studi hanno rilevato in Italia come negli altri Paesi negli operatori sanitarie del soccorso nella prima ondata del Covid-19, quando non vi era un chiaro protocollo di intervento e mancava la possibilità di conoscere nello specifico le caratteristiche del contagio, le misure di contenimento e di cura dei pazienti, il decorso della malattia. Peraltro nella prima ondata della pandemia mancavano i necessari dispositivi di protezione personale (DPI) per tutti gli operatori coinvolti (Vagni et al., 2020; Walton et al., 2020).

Diversi studi hanno evidenziato come per gli operatori sanitari e di emergenza  la mancanza di chiare  istruzioni e la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) siano degli importanti predittori di stress nelle emergenze su larga scala ed è ciò che si è anche verificato nel caso della pandemia Covid-19 (Oh et al., 2017; Vagni et al., 2020).

Le attività di soccorso sono stressanti per la natura stessa del lavoro richiesto, per i carichi pesanti di lavoro, per le molte ore richieste, per la necessità di eseguire velocemente dei compiti difficili, e per il coinvolgimento emotivo laddove le vittime sono numerose, come si è appunto verificato nelle varie ondate dell’emergenza Covid-19.

È dunque necessario considerare che gli operatori sanitari e di emergenza, sia volontari che professionisti, sono esposti a specifici fattori di stress e possono sviluppare specifiche reazioni legate ai loro compiti e alle situazioni concrete che si ritrovano a vivere. È il motivo per il quale strumenti generici di rilevazione dello stress personale sono risultati meno efficaci di altri strumenti che sono stati costruiti in modo specifico per rilevare la condizione psicologica vissuta in fase di emergenza dagli operatori e i fattori di stress a cui possono essere esposti (come ad esempio il test Emergency Stress Questionnaire, Vagni et al., 2020; 2022).

Non si può trascurare il fatto che l’esposizione a condizioni durature e croniche di stress e lo sperimentare per lunghi periodi pensieri ed emozioni negative possono portare con maggiore probabilità a burnout e a stress lavoro correlato con senso di depauperamento delle risorse personali, perdita di motivazione e di interesse per il proprio lavoro, esaurimento emotivo e fisico con possibili manifestazioni psicopatologiche.  Tali rischi sono maggiori per gli operatori che gestiscono i pazienti e le vittime in prima linea (frontline) e per coloro che sono costretti a turnover estenuanti. Inoltre la letteratura ha identificato ulteriori possibili fattori di rischi, come ad esempio la giovane età e il genere femminile, perché solitamente tendono a minimizzare la portata dei fattori di rischio e a garantire una maggiore presa in carico emotiva della situazione che in prima battuta può risultare più funzionale, ma in condizioni di cronico stress si verificano a livello personale maggiori conseguenze psicologiche proprio per il senso di esaurimento fisico ed emotivo (Vagni et al., 2021; 2022; Bartone, McDonald e Hansma, 2021).

Quali interventi e risorse dunque si possono utilizzare per ridurre tali rischi?

Già in passato gli studi precedenti hanno identificato come le positive strategie di coping e le capacità di resistenza siano dei fattori estremamente efficaci per contrastare gli effetti negativi dello stress in generale e anche in situazione di emergenza (Kobasa, 1982). La resistenza (Hardiness), è definita come un tratto della personalità costituito da tre caratteristiche fondamentali (impegno, controllo e sfida), è un fattore protettivo contro gli effetti negativi dello stress compreso il burnout (Bartone, McDonald e Hansma, 2021; Vagni et al., 2021; 2022). La resistenza o Hardiness è una capacità di resilienza che interviene soprattutto nelle prime fasi delle situazioni stressogene e quindi la sua presenza risulta particolarmente efficace per gestire, controllare e contenere gli effetti legati ad una situazione di emergenza, soprattutto se ampia portata. Anzi, alcuni studi hanno evidenziato come le capacità di resistenza appaiono più funzionali ed efficaci delle capacità di coping quando gli operatori, o le persone in generale, si trovano a fronteggiare una situazione nuova e imprevedibile rispetto alle quali non si conoscono appieno le caratteristiche e le soluzioni concrete di risoluzione e di gestione (Bartone, McDonald e Hansma, 2021; Vagni et al., 2020; 2021; 2022).

Diversi studi recenti hanno inoltre rilevato come l’hardiness o resistenza sia un cuscinetto significativo contro gli effetti psicologici negativi dello stress e del burnout correlato alla pandemia di COVID, per gli operatori sanitari e di emergenza (Vagni et a., 2020; 2022) e anche nella popolazione generale. Inoltre, la resistenza, quale capacità di resilienza è un predittore di coping adattivo e positivo (Bartone and Homish, 2020). Livelli di resistenza più elevati sono anche associati a un minor uso di strategie di coping di evitamento in entrambi gruppi militari e civili, che generalmente a lungo andare risultano meno protettive rispetto allo stress cronico e al burnout (Bartone, Bowles, 2020). Altri studi hanno recentemente esaminato sia i professionisti sanitari e del soccorso sia i volontari di emergenza della Croce Rossa e hanno scoperto che la resistenza ha mostrato effetti significativi nel ridurre i livelli di stress di emergenza, l’esaurimento emotivo e la spersonalizzazione, e la minore realizzazione personale (Vagni et al., 2020; 2021; 2022).

Durante la pandemia Covid-19 si è notato che negli operatori sanitari e di emergenza le capacità di resistenza e di resilienza erano aumentate dalla prima alla seconda ondata della pandemia, mentre le loro strategie di coping sono rimaste abbastanza stabili (Labrague, 2021; Vagni et al., 2022).  Ciò induce a considerare che il prevedere forme di supporto e interventi volti a promuovere negli operatori maggiori capacità di resilienza garantiscono da un lato una maggiore gestione dell’emergenza stessa e, dall’altro, una riduzione dei rischi di malattia negli operatori stessi. Infatti, secondo Bartone et al., (2021) le persone con una resistenza più elevata tendono a utilizzare stili di coping più adattivi che li spingono a intraprendere azioni per rimuovere la fonte del loro stress. La resistenza, essendo una capacità di resilienza, è collegata a stili di coping più attivi e risolutivi dei problemi.

Affinchè dunque si possa registrare una capacità di fronteggiare le situazioni imprevedibili, stressanti e di difficile gestione di un’emergenza è necessario favorire training e interventi di supporto delle capacità di resilienza degli operatori coinvolti, affinchè riescano a gestire i pensieri e stati emotivi negativi ad essa collegata e a mantenere alti i livelli di impegno, di sfida e di gestione del cambiamento implicati nelle situazioni emergenziali con un costante senso di autoefficacia e soddisfazione personale.

La riflessione su questo tema risulta preminente se si considera che, nonostante oggi dopo due anni di emergenza sanitaria i protocolli di intervento siano ben definiti e le situazioni di intervento  risultano meno imprevedibili e quindi più gestibili; dall’altro, però, per gli operatori del soccorso e per i sanitari l’impegno professionale  e l’essere esposti in modo costante ai rischi legati all’infezione non sono diminuiti, ma anzi essi operano in una condizione di stanchezza cronica e di possibile  depauperamento delle risorse personali, aumentando in ultima analisi il rischio di sviluppare stress lavoro correlato, condizioni di malessere clinico e, non per ultimo, il burnout. La maggiore preoccupazione, nei soccorritori soprattutto nelle prime dell’emergenza pandemica, era quella di contrarre il virus e di contaminare i propri familiari che si associava ad una forte angoscia di morte. Oggi tale senso di preoccupazione e angoscia, seppur diminuita dalla campagna vaccinale, non sembra essere scomparsa, portando di fatto a mantenere alti i livelli di stress (Vagni et al., 2022, Simione et al. 2021; 2022).

Appare pertanto necessario poter delineare con maggior precisione possibili quali siano i fattori che forniscono resilienza agli operatori sanitari e del soccorso. La maggior parte degli studi si è concentrata a identificare i fattori sociali e demografici che possono aumentare la resilienza o, al contrario, determinarne la sua vulnerabilità (ad esempio, supporto sociale, età, genere). Pochi studi invece fino ad oggi hanno esaminato le caratteristiche di personalità e i fattori legati all’intervenire in squadra (e non come singolo individuo) che possono aumentare la resilienza in tutti gli operatori emergenziali coinvolti.

I numerosi studi finora condotti in ambito medico e psicologico per rilevare gli effetti immediati e postumi sulla popolazione generale, ma anche e soprattutto sul personale impegnato in prima linea nel fronteggiare e gestire la pandemia hanno permesso di riconoscere le numerose ed eterogenee implicazioni personali, personologiche, sociali e lavorative. Quanto emerso da tali studi potrà sicuramente essere utile per estendere tali risultanze ad altre eventuali future emergenze, e mettere il personale sanitario e di soccorso nelle migliori condizioni per fronteggiare i fattori di rischio e per attenuare i livelli di stress.

Si tratta di una ricchezza di materiale scientifico che dovrebbe essere sistematizzato e reso fruibile in un’ottica di prevenzione e di ottimizzazione delle risorse materiali ma anche personali in termini di capacità di resilienza e di strategie di coping. Sarebbe inoltre auspicabile un approfondimento dei fattori interni ed esterni alle persone che favoriscono lo sviluppo di tali capacità e risorse.

Riferimenti Bibliografici

Bartone, P. T., Bowles, S. V. (2020). Coping with recruiter stress: Hardiness, performance and well-being in US Army recruiters. Military Psychology, 32(5), 390–397,

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Bartone, P. T., McDonald, K., Hansma, B. J. (2021). Hardiness and Burnout in Adult U.S. Workers.  J. Occup. Environ. Med, 10.1097/JOM.0000000000002448. Advance online publication. doi: 10.1097/JOM.0000000000002448.

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